Presentazione de “Le relazioni economiche tra l’Italia e il Mediterraneo”

Presentazione de “Le relazioni economiche tra l’Italia e il Mediterraneo“, Rapporto Annuale 2011, di SRM Studi e Ricerche per il Mezzogiorno.

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Venerdì 2 dicembre 2011 a Napoli, Banco di Napoli -Sala delle Assemblee- via Toledo 177-178.

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Leggi l’articolo di Giuseppe Russo relativo al capitolo “Gli investimenti dei fondi Sovrani nell’area Mena”.


Osservatorio sulla creazione di Start Up innovative in Piemonte 2011

Il Pil di oggi dipende dagli investimenti azzeccati di ieri

Chiedete a uno studente del primo anno: vi risponderà che il reddito corrente di un’economia è determinato dalla domanda aggregata. La risposta è corretta, perché il modello sottostante suppone che nel corso di un anno la struttura produttiva che risponde alla domanda non possa cambiare: ragionevole. Quel che è meno noto è che la domanda aggregata in realtà è a sua volta una funzione del reddito che il sistema produttivo può ragionevolmente produrre. In altri termini, più grande, efficiente e moderno è il sistema produttivo, maggiore non solo la domanda che può soddisfare, ma anche maggiore la domanda che può suscitare. Per questo, se si guarda un sistema economico per un certo periodo di tempo, ciò che più conta nella determinazione del Pil di oggi è il successo degli investitori di ieri, che hanno costruito, rischando, la struttura produttiva contemporanea.

Il boom economico ci ha tramandato il 20 per cento del Pil contemporaneo

Prendiamo il Pil del Piemonte nel 2008 e consideriamo la quota di Pil che è stata prodotta dal settore privato (98 miliardi), ossia il valore aggiunto delle imprese. Poi suddividiamo il tempo tra il 1900 e oggi indecenni (avremo 11 decenni più un dodicesimo “pro forma” per tutto il periodo antecedente al 1900). Se attribuiamo ilvalore aggiunto del 2008 al decennio di fondazione dell’impresa che lo ha generato otteniamo una figura (Figura 1) con la articolazione generazionale del valore aggiunto.

  1. Come si può vedere, circa 8 miliardi di valore aggiunto (l’8 per cento del totale) è l’eredità attuale delle generazioni di imprenditori e investitori che hanno fondato le loro imprese prima del 1900.
  2. E’ interessante osservare come rispetto a una media decennale del XX secolo di 3,7 miliardi per decennio, i decenni meno fertili dal punto di vista della costruzione del sistema economico del Piemonte contemporaneo siano stati quelli di inizio secolo (quando del resto l’industrializzazione era all’inizio) e gli anni trenta, segnati dalla grande recessione (qui non è possibile separare l’effetto della regolamentazione fascista dell’economia, ma a prima vista non sembra positivo).
  3. Ai trenta anni del boom economico (1950-1979) si devono ben 20 miliardi di valore aggiunto contemporaneo, ossia il 20 per cento del Pil contemporaneo.
  4. Gli ultimi due decenni, infine, mostrano una tendenza all’affievolirsi del contributo alla costruzione del sistema economico produttivo. E’ per questa ragione che occorre riflettere sui processi di creazione di impresa di oggi. Dal loro successo dipenderà non tanto il nostro Pil, quanto il Pil dei nostri figli.
La distribuzione generazionale del Pil del Piemonte (2008)
Figura 1 - La distribuzione per generazione decennale d'impresa del Pil privato del Piemonte (2008)

La terza edizione dell’Osservatorio sulle Start Up Innovative del Piemonte.

Il Comitato Torino Finanza ha incaricato STEP RICERCHE di realizzare la terza edizione dell’Osservatorio sulle Start Up innovative. La ricerca ha esplorato nel 2010 i processi di nascita e di primo sviluppo di 395 start up nate negli ultimi 10 anni in Piemonte nei settori innovativi secondo la tassonomia di Pavitt. L’universo corrispondente era di 1437 imprese, il tasso di campionamento corrispondente del 27 per cento. Questa la sintesi dei principali risultati:

  1. All’interno del campione, il 19 per cento delle imprese risulta avere fatturato nell’ultimo anno più di un milione di euro (percentuale cresciuta rispetto al 2007, quando essa era solo del 15 per cento). La soglia di un milione di fatturato è risultata, sperimentalmente, quella che segna la differenza tra le società con minori e maggiori prospettive e chanches di crescita.
  2. Il 60 per cento delle SUI è una nuova iniziativa del tutto, il 35 per cento nasce da una impresa precedente, il 5% ha una derivazione accademica.
  3. Le imprese che si classificano come innovatori radicali sono il 37 per cento del totale e sono correlate con tassi di crescita del fatturato significativamente migliori della media.
  4. Circa un terzo delle imprese innovative è attivo nel settore ICT. Nel periodo 2006-2009 hanno mostrato una crescita del 74 per cento, in calo però nel 09-2010. Le imprese che mostrano il maggiore potenziale di crescita si trovano nel settore biotech e medicale.
  5. La protezione dei diritti intellettuali è attività onerosa. Hanno dichiarato un atto di protezione dell’IP solo il 25 per cento delle imprese (33 per cento delle benchmark). Tuttavia la protezione dell’innovazione è anche essa correlata con la maggiore crescita.
  6. Quasi esclusivamente le imprese “benchmark”, ossia quelle con oltre un milione di fatturato esporta (92 per cento) ed è orientato ai mercati internazionali.
  7. Su circa 4.600 dipendenti delle SUI innovative, oltre la metà è inpiegato nelle imprese “benchmark”. La presenza di personale laureato è positivamente correlato con la crescita delle imprese.
  8. L’80 per cento delle SUI raggiunge il break even entro il terzo anno.

Per la crescita delle SUI, è vitale superare 1 milione di euro

  1. Le imprese nuove sono fondate per il 49 per cento da imprenditori nuovi anche essi, ossia senza una precedente esperienza imprenditoriale. Gli imprenditori che hanno maggiore successo a far crescere le imprese non sono i “neofiti”, ma quelli con una formazione universitaria economico-legale, e fanno meglio di coloro che hanno una provenienza umanistica o tecnico-scientifica. Peraltro, il successo nella crescita è legato alla dimensione del management team. I manager delle imprese minori sono overcharged, e alla fine le loro imprese crescono meno. E’ un altro elemento che fa propendere per la tesi che sia vitale superare la soglia del milione di euro.
  2. Il capitale di fondazione investito nelle 395 SUI campionate in dieci anni è stato di 47 milioni di euro, pari a 120 mila euro per ogni SUI creata. Tuttavia, il 51 per cento del campione è nato con un seed capital di appena 10 mila euro. L’avviamento delle benchmark è stato più costoso (circa 500 mila euro per ogni impresa). L’ingresso di capitali esterni ha stimolato la crescita, così come la presenza nelle società di soci diversi dai fondatori e dai loro familiari.
  3. L’ingresso di nuovi soci durante le prime fasi di crescita, ne ha favorito lo sviluppo. Nonostante questo, l’ampliamento della base societaria è risultato prerogativa di 25 imprese su 395 (6%). I nuovi soci segnalati appartengono per lo più alla cerchia di conoscenze dei fondatori o ad altre imprese. Minoritari i casi di ingressi di VC professionisti o BA.
  4. Rispetto al passato, il ventaglio delle fonti di finanziamento esterno si è aperto. Risultano fondamentali (per le 395 SUI) la presenza delle banche con i loro crediti e gli incentivi pubblici all’innovazione. Dunque si sta esaurendo il tema della non bancabilità delle SUI, che il settore creditizio ha imparato a conoscere. La presenza di finanziamenti per l’innovazione nei primi tre anni di vita è positivamente correlata con le performance di crescita.
  5. La crisi ha inciso selettivamente sulle SUI. Le SUI esportatrici (quasi esclusivamente benchmark) sono cresciute del 40 per cento prima della crisi (2006-09) e del 12 per cento dopo la crisi (2009-10). Le SUI non esportatrici sono cresciute del 29% prima della crisi (06-09) e del -2 per cento dopo (09-10). Il 27,3 per cento delle SUI ha dovuto, a causa della crisi, rivedere e ritardare i propri piani di investimento.
Sturt up innovative nate in Piemonte per anno di nascita e fatturato nel 2010
Figura 2 - Start up innovative nate in Piemonte per anno di nascita e fatturato nel 2009

La ricerca è pubblicata dal Comitato Torino Finanza, cui può essere richiesta fino a esaurimento delle copie.

 

 

 

L’industria dell’auto Italiana nello scenario internazionale

Da circa dieci anni STEP realizza per la Camera di commercio di Torino l’Osservatorio sulla filiera autoveicolare italiana. Negli ultimi anni questa pubblicazione (le cui ultime versioni sono scaricabili qui dal sito della Camera) ha ricevuto l’ulteriore contributo dell’ANFIA (l’Associazione Nazionale Filiera Industria Automobilistica).

Grazie a quasi trecento interviste tramite questionario on line (maggio, 2011), un focus group con gli esperti del settore e l’analisi dei bilanci di circa 2.500 società di capitali operanti nel settore della fornitura automotive, l’Osservatorio ha potuto individuare e quantificare i risultati e tendenze della filiera nazionale.

 

Una filiera che produce in Italia, ma che opera in un contesto in cui il global sourcing delle case costruttrici ha allargato al Mondo intero il perimetro nel quale gli attori si confrontano e colgono opportunità. Osservando la curva della produzione storica relativa al prodotto auto, ci si rende conto di come queste opportunità siano, complessivamente, in espansione: dopo due ribassi consecutivi (nel 2008 e nel 2009), nel 2010 l’industria automotive è tornata a crescere (+26%) producendo 16milioni di autoveicoli in più rispetto al 2009. Il dato è stato positivo non solo per le industrie emergenti, ma anche per il nostro principale mercato di riferimento: l’Europa occidentale (+12,9%).

 

storico produzione auto pil mondiali
Figura 1 - L’andamento storico della produzione autoveicolare e del PIL mondiale a prezzi correnti (in milioni di unità di autoveicoli e in migliaia di miliardi di dollari). OICA e FMI

 

Una ripresa che la filiera nazionale ha dimostrato di saper intercettare, tornando a crescere  (+11,1% nel 2010 rispetto al 2009) e raggiungendo un  livello totale dei fatturati pari a 42,2 miliardi di euro (l’86% del ammontare pre-crisi), con un’occupazione di circa 169.000 addetti. Fra le regioni italiane spicca il Piemonte: le imprese che hanno sede legale qui (circa 900) vantano un fatturato pari a 22,8 miliardi e 90.000 addetti, con un recupero nel 2010 che è stato più deciso rispetto alla media nazionale (+16,4%).

 

Tabella fatturato filiera oss auto
Tabella 1 - La filiera della fornitura autoveicolare italiana 2010. Elaborazioni Step Ricerche su dati rilevati da interviste e bilanci

 

Accanto alla tenuta delle commesse destinate all’aftermarket, la ripresa è guidata dagli ordinativi riguardanti la produzione nazionale di veicoli commerciali e industriali e dalle esportazioni. Queste ultime sono il motore più importante: ben il 73% degli intervistati dichiara di dovere una parte del proprio fatturato a clienti all’estero. L’Istat quantifica il valore delle esportazioni italiane (2010) in 16,4 miliardi di euro, +25% sul 2009, con un recupero di circa l’88% rispetto al livello pre-crisi.

 

Sebbene i dati relativi agli scambi commerciali internazionali mostrino la formazione di tre o quattro grandi bacini continentali (Europa-Mediterraneo, Asia, America del Nord e del Sud) dove l’autoveicolo viene assemblato sempre più con prodotti acquistati all’interno del bacino stesso, i nostri componentisti eccellono anche nella fornitura ad alcuni mercati “lontani”.

 

Pensiamo ad esempio al Brasile, che con 3,6 milioni di autoveicoli immatricolati nel 2010 è ormai il quarto mercato del mondo (maggiore di quello tedesco), nonché la sesta industria per numero di autoveicoli prodotti (3,5 milioni). Qui i nostri componentisti sono cresciuti grazie al successo della testa della filiera nazionale (Fiat è leader di mercato sia per gli autoveicoli che per i veicoli commerciali), ma stanno guadagnando quote di mercato in autonomia, tanto che nel 2010 hanno esportato parti e sistemi per 667 milioni di euro, due terzi dei quali sono stati fatturati in Piemonte.

 

L’internazionalizzazione è poi sempre più strutturata, con aperture di stabilimenti, che coinvolgono i luoghi emergenti di produzione autoveicolare (India, Cina e Brasile), o accompagnano l’espansione del principale committente nazionale (America del Nord), senza trascurare i nuovi confini dell’Europa e del Mediterraneo: Repubblica Ceca, Romania, ma anche Tunisia e Marocco.

 

Nel 2010 la dipendenza della filiera dal Gruppo Fiat ha registrato un calo: su 100 euro fatturati in totale, 56 sono attribuibili a commesse (dirette o indirette) dell’azienda torinese (in Italia o all’estero), contro i 63,2 euro dell’anno precedente.

 

Grafico fattori competitivi auto 2011
Figura 2 – Le caratteristiche distintive del prodotto/servizio delle imprese rispetto ai loro concorrenti (percentuali sul totale dei 285 rispondenti. Consentite due risposte)- Elaborazioni Step Ricerche

 

 

I fattori che determinano il successo di parte della filiera, anche in periodi congiunturalmente difficili, sono numerosi: gli investimenti sulla qualità dei prodotti (fattore chiave per il 49% dei rispondenti), la flessibilità produttiva (il 41% dei rispondenti) e l’innovazione (per il 17% del campione).

 

Se la grandezza media delle imprese rimane medio-piccola (oltre il 70% delle imprese dell’universo analizzato sono micro o piccole imprese), cresce sensibilmente l’appartenenza a gruppi industriali (il 59% del campione è un’impresa a controllo individuale; il 7,3% ad azionariato diffuso; contro percentuali attorno al 75% registrate gli scorsi anni), anche per via di un sensibile incremento delle operazioni di M&A (il 17% del campione ne è stato coinvolto dal 2009).

 

Operazioni di M&A che hanno buona probabilità di aumentare ulteriormente nel biennio 2011 e 2012: un rispondente su quattro si dichiara interessato ad iniziative di fusione o acquisizione. Sembra infine invertita una qualche la tendenza centripeta dei nostri fornitori: la ricerca di collaborazioni non equity si allarga (solo un terzo dei rispondenti negli ultimi tre anni non ha lavorato su oggetti in comune con altre imprese), partendo da quelle con i clienti e fornitori ed arrivando alle università e centri di ricerca (il 15%).

 

La Repubblica. I risultati dell’Osservatorio sull’imprenditoria femminile in Piemonte

Il mondo del lavoro piemontese è sempre più rosa. Negli ultimi 5 anni il tasso di occupazione femminile è passato dal 48 al 57 per cento del totale delle donne, ossia a soli due punti percentuali in meno della media europea, mentre il numero delle imprese guidate da donne è cresciuto di 3 mila unità, sfondando quota 111 mila.

Sono solo alcuni dati elaborati dalla terza edizione dell’Osservatorio “Piccole imprese, grandi imprenditrici”, presentato ieri dalla Regione e da Unioncamere Piemonte.

Dalla ricerca, condotta da un team coordinato da Filippo Chiesa e Giuseppe Russo, emergono anche altri spunti positivi.

Per esempio, sempre nell’ultimo quinquiennio, le donne in possesso di un titolo di studio post diploma sono aumentate di circa 50 mila unità, mentre le occupate sono 60 mila in più.

 

Leggi l’articolo completo:

2010-01-15 La Repubblica. Le donne che lavorano. Numeri da Europa

 

Il Sole 24 Ore. Le cento imprese dell’aerospazio

L’aerospazio piemontese ha le spalle larghe. Nel giro di pochi anni le medie aziende del settore, oltre un
centinaio in totale, hanno visto crescere il fatturato del 45% e hanno conquistato un margine operativo
lordo pari al 10,2 per cento.

Che l’aerospazio navigasse in acque migliori della media era noto da tempo, ma ora un’ulteriore conferma
arriva da una ricerca conclusa nei giorni scorsi sui bilanci 2003-2007 delle 115 medie aziende del settore:
nel campione analizzato dagli economisti di STEP Ricerche su incarico della Camera di commercio di Torino.

 

Leggi l’articolo completo:

2009-10-28 Il Sole 24 Ore. Le cento imprese dell’aerospazio.

 

Il Sole 24 Ore. Rapporto sulle Start Up Innovative

Per costruire un’impresa innovativa oggi bastano 200mila euro, non di più; il sistema degli incentivi pubblici funziona e anche le banche, quando le idee sono buone, non fanno mancare il proprio sostegno.

Tuttavia, il tessuto delle Pmi innovative piemontesi si sta pericolosamente indebolendo: il ricambio stenta, e le start up spesso faticano a emergere dall’anonimato, inchiodate a un fatturato che raramente supera la soglia psicologica di un milione.

E’ uno spaccato problematico quello che affiora dal rapporto di ricerca sulle start up innovative del Comitato Torino Finanza della Camera di Commercio di Torino.

Alle Pmi va dato il tempo di crescere e non è escluso che il gap venga colmato nel periodo 2005-2010, “ma si tratterebbe di un evento straordinario – osservano Giuseppe Russo e Lia Lagona di Step – anche perchè negli ultimi decenni stiamo assistendo ad un assottigliamento del contributo delle Pmi innovative”.

 

Leggi l’articolo completo:

2008-09-10 Il Sole 24 Ore Le SUI a scarso valore aggiunto